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Psico Ricerca

La sindrome da alienazione parentale

Dott.ssa Giorgia Aloisio 

 

Dal punto di vista di un figlio, la separazione genitoriale rappresenta sempre un trauma che necessita di essere elaborato: quando i genitori si lasciano, la rappresentazione dell’immagine genitoriale, nella mente del bambino, subisce una vera e propria spaccatura e le due figure, isolate l’una dall’altra, vengono come ‘svuotate’ dell’energia integrativa presente nella coppia. Il fatto che il trauma sia insito nel processo di separazione non significa che non possa essere superato: tale processo differisce, ovviamente, da individuo a individuo anche in base alle caratteristiche di personalità del soggetto. Buona parte di questo lavoro psichico, inoltre, dipende dall’età del figlio, ma anche dalla presenza di fratelli, sorelle e di altre figure di riferimento interne alla famiglia (nonni) o esterne (insegnanti, baby sitter). Non è nemmeno sempre necessario che il figlio venga seguito da psicologi o psicoterapeuti, anche se in alcune situazioni effettuare una valutazione psicologica e psicodiagnostica può configurarsi una risorsa utile.

Sempre più coppie si separano e il numero dei divorzi sembra aumentato da quel famoso 2015, anno in cui è entrata in vigore la legge 55/2015 cosiddetta del ‘divorzio breve’ (leggi qui). 

Purtroppo chi paga le spese più ingenti quando una coppia si separa sono, in termini psicologici, sempre i figli, in quanto costituiscono gli elementi più fragili del nucleo familiare e sono in fase di costruzione della loro persona: accade spesso, infatti, che la famiglia si trasformi in un vero e proprio ‘campo di battaglia’ nel quale ognuno dei coniugi tende a far valere i propri diritti senza troppo badare alla presenza dei ragazzi, non ancora equipaggiati per elaborare dinamiche tanto intense quanto coinvolgenti. Proprio in questi casi si profila il rischio – se non la piena realizzazione – di quella che viene correntemente definita ‘sindrome da alienazione parentale’. Proviamo a comprenderla.

 

sindrome da alienazione parentale

 

La PAS (Parental Alienation Syndrome) è stata descritta per la prima volta dallo psichiatra forense Richard Gardner ed è provocata da quella sorta di ‘lavaggio del cervello’ che i figli ricevono da uno dei due genitori detto ‘genitore alienante’ (spesso la figura materna) nei confronti dell’altro genitore (‘genitore alienato’, solitamente il padre): in pratica si tratta di una reazione del bambino o ragazzo alle denigrazioni e agli attacchi diretti all’altro coniuge che conducono il figlio a provare astio e disprezzo intensi e ingiustificati nei confronti del genitore alienato con conseguente perdita di contatto con i propri affetti e con il genitore. Il 'genitore alienante', nell’agone coniugale, cerca - consapevolmente o meno - di portare il figlio dalla propria parte e denigra il coniuge o l’ex coniuge: si confida con il ragazzino, gli racconta fatti o sensazioni che certo non possono lasciarlo indifferente e che fanno inevitabilmente nascere in lui risentimento e astio nei confronti dell’altro genitore. Il figlio, spesso, prende in prestito i ‘copioni’ del 'genitore alienante' e utilizza accuse e lessico che non gli appartengono ma che assorbe passivamente e automaticamente; in molti casi il bambino non comprende il significato di certi termini e non li sente come propri ma percepisce il ‘dovere’ di essere alleato con il 'genitore alienante’, una promessa che deve mantenere per difendere la mamma o il papà, evitando così il rischio di essere abbandonato anche dal genitore che gli sta accanto e che in qualche modo gli dà una sorta di ‘attenzione’ particolare.

 

sindrome da alienazione parentale

 

Stando così le cose, il figlio inizia a costruire nella propria psiche due immagini in netto contrasto tra di loro: da un lato, un genitore totalmente buono (quindi una vera e propria idealizzazione del genitore alienante, lontano dal reale) che sembra privo di difetti e di responsabilità, dall’altro un genitore completamente cattivo, sul quale l’altro coniuge ha gettato ogni tipo di screditamento e svalutazione e che si trasforma a volte in un autentico persecutore della famiglia, una specie di ‘capro espiatorio’ dei mali della famiglia in toto. In alcuni casi, il 'genitore alienante' fa di tutto per ottenere l’affidamento esclusivo dei figli, estromettendo l’altro dalla gestione dell’educazione e della crescita del figlio; così facendo, la relazione del bambino con il 'genitore alienato' rischia di venire completamente compromessa, anche per lungo tempo, se non addirittura per tutta la vita.

La svalutazione agita nei confronti dell’altro genitore, spesso, si estende a tutta la metà della famiglia del bambino, il quale arriva a rifiutare qualsiasi contatto con nonni, zii, cugini della parte del nucleo parentale ritenuta ‘cattiva’, ed è per tale motivo che è stata coniata l’espressione molto calzante di ‘razzismo familiare’. L’alleanza che viene a generarsi tra figlio e genitore alienante dipende da numerosi fattori (l’età del bambino, il suo carattere) e può variare di intensità nel corso del tempo; può anche affievolirsi e con il tempo sparire, ma è indispensabile che, da adulto, l’individuo possa interfacciarsi con entrambi i genitori in modo autentico e non inquinato dalle lotte coniugali. In numerosi casi questi conflitti portano i bambini a somatizzare il dolore e a lamentare malesseri di tipo organico che rischiano, con il tempo, di cronicizzarsi e trasformarsi in vere e proprie patologie psicosomatiche; altre volte, il disagio familiare e queste manipolazioni genitoriali conducono a problemi di ordine scolastico che includono difficoltà di concentrazione, scarso rendimento scolastico, episodi di bullismo (subito o praticato a danni di altri compagni) e numerosi altri disagi.

 

 

Gli psicologi che operano in ambito forense conoscono bene questa sindrome (che per il momento non è ancora ufficialmente entrata nella nosografia specialistica) e questa dinamica nella sua globalità: nel loro lavoro psicologico con le famiglie, i colleghi si occupano di ribilanciare questi gravi squilibri, restituendo ad entrambi i genitori la responsabilità dei figli e di una loro crescita sana, ricordando in ogni caso alla coppia che, seppure l’unione coniugale è svanita, rimane sempre il legame genitoriale e che il bene del minore ha comunque la priorità su tutto, anche sulle alleanze o sul bisogno dei genitori di sfogare i propri stati d’animo. In ambito giuridico si è iniziato ad utilizzare la terminologia ‘bigenitorialita'’, che indica il diritto – dovere di entrambi i genitori di instaurare e mantenere un rapporto costante con i figli, da tutti i punti di vista e in tutte le situazioni possibili (ad esempio, anche in caso di carcerazione dei genitori).
In psicoterapia, quando si lavora con pazienti adulti, ci si ritrova spesso di fronte ai ‘postumi’ di questi scellerati rapporti tra ex coniugi: in terapia arrivano persone cronologicamente adulte che, nel rapporto con uno dei due genitori, sono rimaste parzialmente infantili, ferme nel passato, perché continuano a dipingere la figura paterna o quella materna come del tutto negativa, ad attribuirle la totale responsabilità della separazione coniugale e della disgregazione familiare … e se possibile anche di molti altri mali della famiglia e … della galassia. Il lavoro psicologico da portare avanti consiste, tra le altre cose, nell’incoraggiare una visione maggiormente realistica dei genitori concreti: una visione ‘manichea’ della realtà costituisce sempre un forte limite all’individuo che la utilizza, in quanto si tratta di uno sguardo parziale, scarsamente veritiero dell’altro e del mondo circostante che rischia di inficiare anche gravemente l’adattamento, il rapporto con noi stessi e, naturalmente, con le altre persone.

 

sindrome da alienazione parentale

 

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